Crescere insieme sognando un futuro migliore

Che cos’è il Servizio Civile nazionale e/o all’estero? Qual è il suo obiettivo?
Mi trovo in Uruguay da 5 mesi in un progetto educativo e ancora mi pongo questa domanda. A livello istituzionale sembra essere un insieme di procedure burocratiche che nascono dalla collaborazione di un ente con un altro. A livello più informale sembra proporsi invece come un’opportunità di crescita professionale e personale. Migliaia di ragazzi ogni anno scelgono di venire “spediti” in vari luoghi del mondo con tanto di formazione, ma a che scopo? Apportare un cambiamento, la costruzione di un bene comune?! Oppure interessi di altra natura, perché escludere quelli di tipo economico?! Per “fare numero” nei centri in cui vengono mandati, per essere degli “ammortizzatori sociali”? Credo che in merito ogni persona che si sia trovato coinvolta in un progetto di SCN abbia sviluppato la sua opinione, positiva o negativa che sia. Ma il principio base universale dovrebbe essere quello di creare un laboratorio dove il giovane singolo possa mettersi alla prova e formarsi in vista di una cittadinanza attiva. Per questo motivo, ogni Ente protagonista (sia quello inviante che quello ospitante, nel caso di SCN all’estero) ha il serio compito di investigare costantemente sul progetto di interesse, per fare in modo che questo non venga trasformato in un’esperienza di sfruttamento e che i civilisti non vivano una mancanza di riconoscimento o anche solo un sentimento di inutilità, ma, al contrario, sviluppino una forte motivazione etico-civile. Credo sia questo il principio basico che dovrebbe unire tutti i progetti di Servizio Civile nazionale o all’estero.

Ma a livello più informale, andando ad indagare sul personale fino ad arrivare alla volontà di ogni singolo giovane ragazzo che sta per iniziare un progetto civile all’estero e per cui è disposto a mollare tutti i suoi affetti e la cosiddetta “comfort-zone”, che cosa si aspetta davvero da questa esperienza? Poiché questa domanda è soggettiva e dipende fortemente dal carattere e storia della persona che se la pone, parlerò qui della mia esperienza personale.

Prima della mia partenza, evitavo il più possibile di crearmi qualsiasi tipo di aspettativa e mi lasciavo trasportare dall’entusiasmo di una nuova porta che si apriva davanti a me. Senza avere la benché minima idea dell’esperienza che avrei vissuto, nonostante la formazione specifica e nonostante i tanti discorsi. Come tutte le cose, non le realizzi finché non le conosci e le tocchi con mano. Ricordo che, quando, durante il corso di formazione, chiesi al civilista dello scorso anno se si fosse mai trovato davanti a situazioni emotivamente forti, la sua reazione mise in luce l’ingenuità della mia domanda e mi rispose: è ovvio! Probabilmente sarà la reazione che avrò anche io al mio ritorno nel caso qualcuno mi ponga la stessa domanda. Poiché adesso, a 5 mesi dal mio arrivo in Uruguay, superato l’impatto culturale e creatosi finalmente un rapporto reciproco e progressivo di fiducia con educandi ed educatori, sento di incominciare a prendere coscienza del contesto nel quale sono stata mandata e nel quale ora vivo ed opero.

Sinceramente, non so bene cosa mi aspettassi da questa esperienza. Al mio arrivo scrissi sul diario di bordo che non necessariamente andavo in cerca di un cambiamento (anche se inevitabile), ma che sì desideravo stabilire una continuità nelle relazioni, di stabilire rapporti di fiducia, di esser-ci con gli altri e insieme agli altri in vista di un auto-miglioramento delle proprie capacità relazionali e professionali, visto che la mia carriera si è sempre orientata verso l’educazione, arte che, per essere svolta con efficacia, ha bisogno della prassi. Credo siano questi i motivi principali che mi hanno spinto a lasciare tutto e a venire dall’altra parte del mondo per un anno. Un tempo che sembra tanto lungo e che può spaventare, ma che però poi, in realtà, quando ti ci ritrovi, senti come che ti scivoli addosso e non ti resta che desiderare e sperare di riuscire ad assaporare e di vivere intensamente ogni singolo momento. Di non farsi sfuggire nessun minimo dettaglio, soprattutto nell’ambito dell’educazione dove il sorriso o il broncio di un bambino possono implicare molte e disparate cause e bisogni.

Adattarsi non è stato semplice. All’inizio è uno shock dietro l’altro: l’impatto culturale, l’impatto con una realtà distinta da quella abituale, l’impatto con il mondo del lavoro e con la routine quotidiana, l’esporsi costantemente al nuovo e all’ignoto, a persone difatti sconosciute e con le quali ti ritrovi a condividere d’un tratto giorno per giorno. I dubbi, le perplessità, le insicurezze e questa perenne domanda che arieggia nell’aria: che cosa ci faccio qui?! E poi il rapporto con i bambini che inizialmente sfogano tutta la loro rabbia e frustrazione sul “nuovo arrivato”, per di più straniero e con l’accento buffo.

Giorno dopo giorno, ostacolo dopo ostacolo, incominci ad entrare nella logica del luogo e nella psicologia del bambino, incominci sempre più a conoscere te stesso, un concentrato di ambizioni e limiti, e a capire quanto arricchente sia questa esperienza. A partire dall’amore che i bambini di Centro Bosco sono in grado di darti quotidianamente, ma anche degli insegnamenti, perchè l’apprendimento non è mai unidirezionale, bensì reciproco. Tutto questo avviene mediante l’osservazione e all’ascolto, alla collaborazione con l’équipe educativa, composta da altrettanti giovani ambiziosi e sognatori di una modifica della realtà sociale che consideri la figura del bambino come protagonista del suo processo educativo e non parte passiva di questo.

Centro Bosco non è semplicemente un “doposcuola”, come è inteso in Italia, ma è un luogo dove albergano sentimenti di speranza e pazienza, in vista di un cambiamento della realtà sociale del quale questi giovani individui fanno parte.

Miriam, volontaria in Servizio Civile presso il Centro “Don Bosco” a La Tablada (Montevideo – Uruguay)