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Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne.

Dal 1981 il 25 novembre ha smesso di essere una giornata come tutte le altre e si trasformata in uno spazio temporale in cui l’indignazione e la rabbia possano diventare un grido unisono perché si ponga fine al fenomeno perdurante della violenza di genere, ancora così radicato e pervasivo nelle nostre società. È con questo spirito che Amici dei Popoli invita a diffondere e a fare proprie le ragioni profonde delle 16 giornate di attivismo per porre fine alla violenza di genere, proclamate dalle Nazioni Unite fra il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, ed il 10 dicembre 2025, con l’appello “UNiTE to End Digital Violence against All Women and Girls” (“UniTE per porre fine alla violenza digitale contro tutte le donne e le ragazze”).

Gli albori delle prime mobilitazioni in occasione del 25 novembre partivano dall’esigenza di commemorare la vita e l’impegno delle tre sorelle Mirabal, attiviste e dissidenti politiche della Repubblica Dominicana brutalmente uccise dal regime dittatoriale di Rafael Trujillo nel 1960. Nel 2000 l’onda lunga di questo crescente sentimento condiviso ha visto la designazione del 25 novembre da parte delle Nazioni Unite come Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza maschile contro le Donne.

Nonostante importanti passi avanti politici e non, è necessario continuare a parlare del tema come di una vera e propria emergenza globale e di una violazione su ampia scala di diritti umani fondamentali. Basti solo pensare che attorno ad un terzo delle donne nel mondo ha esperienza diretta di forme di violenza sessuale e/o fisica da parte del proprio partner o di terzi. Allo stesso modo, la scena globale è ancora caratterizzata dalla persistenza di falle legislative gravi, come dimostrato dall’assenza di una qualsivoglia legge contro la violenza domestica in ben 49 paesi.

Quest’anno le Nazioni Unite ci invitano ad allargare lo sguardo e a soffermarci sulla sfera digitale della violenza di genere, che racchiude forme di abuso pressoché inesistenti in passato ed ora in rapido aumento. Difatti, il crescente utilizzo di strumenti digitali ha visto l’emergere e la diffusione di crimini, come la diffusione non consensuale di materiale intimo, il cyberbullismo, l’hate speech e la pornografia deepfake. Il mondo digitale rappresenta anche la prosecuzione online di fenomeni offline, quali stalking e molestie. Attraverso la comprensione dell’esistenza di una continuità fra le dimensioni online e offline, si può fornire una spiegazione dell’alto grado di pervasività della violenza di genere in tutte le sue forme e dei danni duraturi e profondi che arreca sul piano fisico, psicologico, sessuale e riproduttivo. In tal senso, è opportuno ricordare come l’impatto possa anche venire “moltiplicato” dalla concatenazione di tali violenze con varie tipologie di discriminazione sulla base dell’etnia, dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere e nei confronti di forme di disabilità.

Alla luce di questi meccanismi, la lotta contro la violenza di genere passa anche da un impegno congiunto verso la regolamentazione delle piattaforme digitali, che porti ad un’inversione di tendenza nell’ambito della diffusione di contenuti violenti, discriminatori, sessisti, lesivi della privacy e della dignità umana. Di particolare importanza risultano alcune caratteristiche “tipiche” dell’attività digitale di milioni di utenti, che diventano veri e propri nodi di difficile risoluzione dal punto di vista legale, quali l’anonimato, la transnazionalità della rete, la normalizzazione della violenza in rete, e l’utilizzo deregolamentato di funzionalità dell’intelligenza artificiale. Di conseguenza, il raggio delle potenziali vittime di tali forme di abuso si allarga notevolmente, spaziando da figure pubbliche, come attiviste femministe, a persone “comuni”. Non a caso, secondo il Consiglio d’Europa circa il 58% delle donne sono state vittime di molestie online. La crescita ed espansione impunita di questo fenomeno rappresenta una minaccia per i diritti delle donne ad esprimersi in maniera libera, eguale e senza paura, per via dei danni psicologici e delle sofferenze che provoca. In altre parole, si può affermare che la mancanza di strumenti adeguati nella lotta e nella prevenzione della violenza digitale di genere sia strettamente legata all’indebolimento di principi democratici basilari.

Inoltre, le molteplici sfaccettature della violenza online contro le donne possono essere viste sia come i sintomi del “radicamento” digitale del fenomeno strutturale della disuguaglianza di genere, fondata su pratiche discriminatorie sessiste e stereotipi di genere, sia come un suo ulteriore meccanismo di rafforzamento sociale. Per questa ragione, non è pensabile sganciare queste dinamiche dal filo rosso di violenze fisiche e femminicidi che costellano il calendario di ogni paese e che hanno visto l’Italia attestarsi all’allarmante dato di circa una uccisione ogni 72 ore negli ultimi anni

In questa cornice è possibile situare il caso eclatante del sito web “Phica.net “, chiuso nell’estate 2025. Su questo sito sono state pubblicate per anni migliaia di foto di donne senza il loro consenso per dare libero sfogo a commenti sessisti e degradanti. Le fonti di queste foto andavano da siti a pagamento per adulti, come OnlyFans, a profili social pubblici, passando per immagini modificate con software capaci di “denudare” le persone raffigurate.

Oltre a dare un’idea dell’entità del problema e del numero di persone potenzialmente coinvolte, questa vicenda mostra anche i limiti della legislazione attuale, che si fonda principalmente sulla perseguibilità della violazione dell’articolo 612-ter del Codice Penale a condizione che le parti lese presentino una denuncia. In altre parole, il fatto che le autorità vengano a conoscenza di crimini legati alla diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti non comporta automaticamente l’avvio di un procedimento penale, aspetto ancora più grave se si pensa alla quantità di contenuti diffusi e di persone inconsciamente coinvolte.

Sospinta da anni di pressione da parte dei movimenti femministi e per i diritti digitali, la comunità internazionale ha mostrato un crescente interesse nei confronti di tali problematiche e contraddizioni. La Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa, firmata da quarantacinque paesi e dall’Unione Europea nel 2011, ha rappresentato un tassello importante nell’ottica di una maggiore perseguibilità legale delle persone responsabili di atti di violenza di genere, la cui applicabilità si estendeva anche alla sfera digitale.

Tuttavia, la forbice tra la ratificazione dei trattati internazionali da parte dei singoli paesi e la loro reale applicazione rischia di essere più larga di quanto si possa pensare, come dimostra il caso di Phica.net. Inoltre, questi standard internazionali non sono mai al completo riparo da veri e propri dietrofront dei singoli paesi firmatari. Rimanendo sulla Convenzione di Istanbul, è importante ricordare come la Turchia si sia ritirata dagli accordi per decreto presidenziale nel 2021 e il parlamento lettone abbia votato un disegno di legge per compiere il medesimo passo nell’ottobre 2025.

Il rischio reale è che le medesime dinamiche possano verificarsi contro l’applicazione di una serie di misure internazionali più “aggiornate”, come quelle votate nell’ambito della Convenzione ONU sul cybercrime e della risoluzione dell’Assemblea Generale ONU sulla violenza contro le donne negli ambienti digitali del 2024, che esortano gli stati membri a rafforzare la regolamentazione e l’accountability delle piattaforme digitali e a prevenire efficacemente la violenza digitale.

Ricordando sempre che ciò che è digitale è reale, l’educazione affettiva e sessuale, parallelamente a quella digitale, presentano enormi potenziali, ancora inespressi e sabotati nel nostro paese, nell’ ottica di una prevenzione ad ampio raggio che parta dalla formazione culturale e sociale nelle scuole. In questo senso, rappresenta un prezioso spunto di riflessione l’idea dell’intellettuale Guido Viale di “impregnare” tutte le materie curricolari di componenti essenziali del mondo di “fuori”: sesso, passioni e sentimenti.  Evitando di trasformare questi percorsi formativi nelle ennesime materie curricolari sganciate dalle altre già presenti, quest’intuizione propone di far emergere all’interno di ogni singolo insegnamento costumi, comportamenti, strutture delle famiglie e delle parentele, forme delle relazioni di genere e le sfaccettature del potere patriarcale in esse radicate.

Con questo spirito Amici dei Popoli si unisce alla campagna ONU UNiTE 2025 ed esorta ognunə a mobilitarsi; esistono tanti modi, come ad esempio condividere le informazioni sulla campagna di quest’anno, supportare i servizi locali che forniscono aiuto a chi è stata vittima di violenze di genere, oppure partecipare a sessioni informative sulla sicurezza digitale. Ma più di ogni cosa è fondamentale che non si abbassi mai la guardia e l’attenzione individuale e collettiva nei confronti della natura endogena della disuguaglianza di genere e delle violenze che produce ogni giorno nelle nostre società. Senza questa consapevolezza partecipata, risulta difficile pensare che le sole istituzioni possano compiere dei passi decisi e duraturi in questo senso. Lo si deve sia a chi c’è sia a chi non c’è più.