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27° anniversario della Giornata della Memoria del Genocidio del 1994 in Rwanda

Rwanda, 7 aprile 1994. Ventisette anni sono trascorsi dall’inizio del genocidio e, come ogni anno, sono numerose le celebrazioni solenni per la commemorazione dei massacri. In Rwanda, in Italia e in numerosi altri Paesi nel mondo, il 7 aprile è dedicato al ricordo di una delle più sanguinose tragedie del secolo scorso e della storia contemporanea.

Le cerimonie di celebrazione sono volte ad offrire sostegno ai sopravvissuti e tenere viva la memoria del genocidio. Queste, organizzate all’insegna del ricordo (kwibuka, “ricordati” in lingua kinyarwanda) e contro ogni tentativo di negazione revisionista, rappresentano un tassello essenziale della politica della Memoria adottata dal Presidente Kagame, nonché strumento di legittimazione internazionale e di consolidamento della stabilità interna.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha sancito la Giornata della Memoria in onore delle vittime del genocidio in Rwanda. Più precisamente, con la Risoluzione A/RES/58/234 varata nel dicembre 2003, ha istituito questa giornata con il nome Giornata internazionale della riflessione sul genocidio in Rwanda. Successivamente, con la Risoluzione A/72/L.31 del 26 gennaio 2018, l’Assemblea Generale dell’ONU ha deciso all’unanimità che quella del 7 aprile sarebbe diventata la Giornata internazionale di riflessione sul genocidio del 1994 contro i tutsi in Rwanda.

Tutto ebbe inizio il 7 aprile di ventisette anni fa in seguito alla morte – dovuta all’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava di ritorno da Dar es Salaam – del Presidente Juvénal Habyarimana. Il Rwanda iniziò così ad essere teatro di un’ondata di violenze genocidarie di un’indescrivibile ferocia. Per cento giorni, fino al 4 luglio dello stesso anno, milizie paramilitari composte da esponenti dell’esercito nazionale, amministratori locali e semplici cittadini di etnia hutu – aizzati dalla feroce propaganda di Radio Milles Collines – uccisero sistematicamente membri delle comunità tutsi (e hutu ‘moderati’), massacrandoli a colpi di machete e armi da fuoco. Furono circa 800.000 le vittime di un genocidio compiuto sotto gli occhi della comunità internazionale. Nonostante la presenza dei caschi blu delle Nazioni Unite dal 1993, non solo non si riuscì a prevenire lo scoppio delle violenze, ma l’assenza di una precisa volontà politica impedì anche il rafforzamento del mandato ONU che, al contrario, fu ridimensionato. Infatti, in seguito alle pressioni di alcuni governi occidentali, il numero dei caschi blu impegnati in Rwanda fu ridotto da 2.500 a 270. Si rinunciò, così, a proteggere le popolazioni civili rwandesi oggetto dei massacri.

A distanza di così tanti anni, le responsabilità storiche del colonialismo belga, l’introduzione delle divisioni etniche tra hutu, tutsi e twa come strumento di controllo politico, così come la responsabilità di tutta la comunità internazionale appaiono evidenti.

Oggigiorno il Rwanda è un Paese profondamente trasformato, che punta sulla stabilità, lo sviluppo sociale e la crescita economica, tanto che si parla di miracolo della ricostruzione ruandese. Le politiche di sviluppo hanno riguardato: la soppressione delle appartenenze etniche, il potenziamento dei sistemi educativi e sanitari, l’adozione di misure di gender empowerment e la programmazione di azioni di promozione turistica e di tutela ambientale. In seguito ad un lungo periodo volto all’unificazione e alla riconciliazione nazionale, il governo rwandese ha investito sulla crescita economica concentrandosi maggiormente sulle nuove tecnologie, per perseguire l’obiettivo di diventare un hub ICT in Africa. Kigali registra tassi di crescita sostenuti (tra il 7% e il 7,5%), quote importanti di investimenti esteri e livelli di corruzione tra i più bassi nel continente. Tuttavia, diversi osservatori internazionali e organizzazioni non governative attive per la tutela dei diritti umani e la promozione della democrazia mettono in evidenza la governance illiberale e autoritaria del Paese.

E’ inoltre indubbio che – benché ci siano stati progressi socioeconomici significativi, la riconciliazione nazionale resti oggi un processo in corso, lungo e complesso, che richiede sforzi politici ulteriori da parte della classe dirigente rwandese.