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Intervista alla neopresidente FOCSIV, Ivana Borsotto.

«Le donne sono le protagoniste essenziali della cooperazione internazionale: quelle delle comunità in cui operiamo e le nostre volontarie. Sono molto contenta che, nel nostro piccolo, il Consiglio nazionale Focsiv abbia una presenza al 50% femminile. Le donne hanno una maggiore capacità di attenzione ai diritti materiali, alle dimensioni minuscole dei problemi e sono dotate di più empatia».

Con queste parole si è presenta alla stampa la neopresidente FOCSIV, Ivana Borsotto, che sarà alla guida della Federazione italiana che riunisce gli Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontariato per i prossimi quattro anni. L’Assemblea elettiva del Consiglio Nazionale della Federazione si è tenuta online lo scorso 12 dicembre 2020 e ha visto la partecipazione di 87 ONG.

Ivana Borsotto, prima di ricoprire la più alta carica all’interno di Focsiv, è stata Vice Presidente della ONG veronese Progettomondo.mlal. Laureata in Lettere e Filosofia, prima di approdare al Mlal nel 1999, è stata impegnata nella GIOC (Gioventù Operaia Cristiana), volontaria nel carcere di Fossano, Consigliera Comunale e vicepresidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Fossano e Presidente del Consorzio Monviso Solidale, che gestisce i servizi socio-assistenziali di 58 Comuni della provincia di Cuneo. Dal 1989 al 2000, ha lavorato nella Cooperativa sociale O.r.so di Torino, come progettista nel campo delle politiche locali del lavoro.

Riportiamo con piacere l’intervista “Borsotto: Italia in ritardo nella cooperazione. Più attenzione ai diritti” condotta dal giornalista Luca Geronico per il quotidiano Avvenire, pubblicata venerdì 22 gennaio 2021. 

Ivana Borsotto: federare, mettere insieme è proprio del “genio femminile”. Assumendo questo importante incarico, come descriverebbe il Dna comune a tutti i membri della federazione? E, all’inizio del quadriennio di mandato, mi indichi gli obiettivi principali.
Il nostro Dna è inscritto nei valori fondativi della Focsiv che l’anno prossimo celebrerà i 50 anni e ha a che fare con il “farsi prossimo”, il sentire come proprio il dolore degli altri, non rimanere indifferenti di fronte alle diseguaglianze e alle prevaricazioni del potere. Un Dna che vuole offrire a chi ha più bisogno il nostro tempo, il nostro lavoro, la nostra passione. Quanto agli obiettivi, vorremmo valorizzare i volontari, favorire la loro partecipazione e investire nella formazione. Vi è poi la sfida dell’innovazione, delle nuove tecnologie, come ad esempio far giungere la telemedicina nel più sperduto villaggio. Quindi vorremmo dare voce ai nostri partner: noi siamo ospiti in quei Paesi, loro i protagonisti. Indico, infine, il tema delle migrazioni e il dialogo interreligioso.

Papa Francesco nella «Fratelli tutti» ha fotografato un mondo bisognoso di «artigiani di pace». Questo anche fra gli Stati e nelle relazioni internazionali: una sfida mentre la crisi socio-sanitaria spinge verso nuovi o vecchi localismi. Quale impulso viene da questa enciclica per voi cooperanti cattolici?
Innanzitutto il Papa ci ricorda che fra Gerusalemme e Gerico il samaritano soccorre chi è nel bisogno, senza chiedersi chi è. Il prossimo non lo scegliamo, è colui che ha bisogno, senza distinzioni. La «Fratelli tutti» ci richiama pure ad operare contro le radici strutturali della diseguaglianza e della povertà, ci mette in guardia dall’essere dei palliativi. I diritti non sono solo una grammatica, ma una pratica quotidiana: è un forte richiamo alla concretezza.

L’Agenzia italiana per la cooperazione, braccio operativo della Farnesina, dopo il rodaggio dei primi anni è operativa. Tuttavia proprio il mondo delle Ong ha denunciato, nella legge di bilancio, nuovi tagli che hanno quasi azzerato i fondi per la cooperazione internazionale. Come giudica l’attuale politica della Cooperazione italiana?
L’Italia è ancora molto al di sotto degli impegni presi con l’Onu sugli investimenti per la cooperazione: dovrebbe essere dello 0,70% del Pil, siamo a meno dello 0,20%. C’è ancora molta strada da fare. Inoltre, se sono comprensibili gli impegni multilaterali, bisogna riconoscere più spazio agli accordi bilaterali, in cui le Ong possono esprimere tutto il loro potenziale: in futuro si potrebbe sperimentare, per alcuni Paesi cruciali, una sorta di co-progettazione con la società civile protagonista. Il legislatore ha definito la cooperazione allo sviluppo «parte integrante e qualificante» della politica estera. Ma se la cooperazione è carente, allora tutta la nostra politica estera è carente: si deve iniziare a dirlo.

Le attuali sfide planetarie, Covid in primis, interpellano tutti: quale l’apporto specifico delle Ong cattoliche?
Anche le Ong hanno sofferto, molte attività si sono fermate, spesso abbiamo riconvertito i nostri progetti in programmi di sicurezza alimentare. Ora sul tema dell’accesso ai vaccini si aprirà una grandissima questione di giustizia internazionale: noi giocheremo la nostra partita e presidieremo i diritti delle donne, a rischio discriminazione, capendo che cosa fare Paese per Paese. E poi tornerei sul dialogo interreligioso: fare alleanza con tutti gli uomini di buona volontà per combattere tutti gli odi e tutti i fondamentalismi.